Elena Sofia Ricci in Rivolta Contro i Palinsesti TV: ‘Basta Serie alle 22, I Nostri Prodotti Sono Maltrattati’

Un palco illuminato a Rimini, una sala piena di addetti ai lavori e un malessere che tanti spettatori provano ogni sera sul divano: iniziare una serie quando gli occhi chiedono già tregua. Elena Sofia Ricci dà voce a quel sentimento comune e costringe la TV generalista a guardarsi allo specchio.

C’è un punto in cui la TV si perde. È quando la “prima serata” comincia quasi in seconda. Le serie partono tardi. Le famiglie si arrendono prima del finale. I social mormorano. E chi lavora la mattina dopo semplicemente spegne.

Dal palco dell’Italian Global Series di Rimini, Elena Sofia Ricci rompe l’etichetta e va dritta al punto: basta con gli inizi alle 22. Le sue parole risuonano in platea perché toccano una frattura reale. Le fiction italiane chiedono rispetto. Gli spettatori pure.

Perché il prime time si è fatto così tardi

Il motivo non è solo uno. C’è l’“access prime time” che si allunga per trattenere pubblico. C’è la pubblicità che spinge oltre l’orario promesso. Ci sono i palinsesti che inseguono la concorrenza interna, cercando il traino più forte possibile. Risultato: il prime time che sulla carta parte alle 21:25, di fatto spesso scivola verso le 21:45 o oltre. Non sempre, ma capita troppo spesso.

I dati ufficiali di Auditel mostrano un fatto semplice e verificabile: la curva d’ascolto cala dopo le 23, crolla dopo le 23:30. I giovani, poi, li perdi prima. In parallelo, lo streaming on demand propone un modello opposto: inizi quando vuoi, metti in pausa, torni il giorno dopo. La TV lineare resta forte, soprattutto sulle reti Rai e generaliste, ma la frammentazione è evidente. Un episodio che si chiude a mezzanotte e mezza chiede uno sforzo che molti non possono o non vogliono sostenere.

Qui la critica di Ricci tocca il nervo scoperto. Se le nostre fiction sono il biglietto da visita dell’industria nazionale, perché mandarle in onda quando il pubblico sta già scendendo dall’autobus?

A chi lavora dentro le reti non manca la consapevolezza. Da anni si parla di anticipare davvero la messa in onda. Si testano serate più corte. Si riduce la durata dei programmi di access. Ma la prassi resta elastica. E ogni slittamento costa: meno completamento episodio, più zapping, più recuperi il giorno dopo.

Che cosa si può fare adesso

La soluzione non è eroica, è pratica: Anticipare in modo credibile e stabile l’inizio, non solo a parole. Un orario rispettato diventa abitudine. Evitare doppi episodi lunghi. Meglio una puntata piena entro le 23 che due tronconi fino a notte. Integrare la messa in onda con il digitale: episodio in chiaro e subito disponibile in streaming, senza finestre opache. Dare respiro alla promozione, meno “overpromise” e più calendario chiaro. Gli spettatori premiano la coerenza.

Io, per dire, ho smesso di vedere live molti finali. Li recupero la mattina, col caffè. È comodo, sì. Ma toglie quella piccola magia condivisa: il commento a caldo, la scena che ti tiene sveglio e il messaggio al gruppo “hai visto?”. È questo che Ricci difende quando parla di prodotti “maltrattati”: non solo il lavoro di chi li fa, anche il tempo di chi li guarda.

Non abbiamo numeri certi su un cambio di rotta imminente. Si discute, si promette, si prova. Intanto, la domanda resta lì, semplice e testarda: se la TV vuole tornare a essere un appuntamento, non dovrebbe cominciare all’ora in cui gli appuntamenti si danno davvero?