Crisi Menarini: 420 Operai di Flumeri Protestano per Mancanza di Commesse e Chiedono Intervento della Politica

A Flumeri l’aria sa di officina e di attesa: i cancelli sono aperti, ma i bus non escono. Quattrocentoventi persone in piedi, con pazienza e rabbia insieme, chiedono una cosa semplice: lavoro vero, non promesse. È la fotografia di una comunità intera che tiene il fiato, mentre la politica fa spallucce e le gare non partono.

Hanno tenuto duro per mesi di cassa integrazione. Hanno coperto turni, formato giovani, messo mano a telai e cablaggi con l’orgoglio di chi sa fare. Oggi gli operai di Flumeri scendono in strada. Non per abitudine. Perché le commesse mancano. E quando le commesse mancano, una fabbrica di autobus diventa un’ombra: le linee rallentano, l’indotto si assottiglia, le famiglie stringono i conti.

Il nodo, raccontano dai reparti, non è la voglia di produrre. Né la qualità. La storica Menarini, oggi controllata dal gruppo Seri Industrial di Vittorio Civitillo, ha strumenti e competenze. È piuttosto il mercato pubblico che si è accartocciato. Era arrivato l’impegno del governo: sostegni diretti e indiretti, spinta al rinnovo del trasporto pubblico locale. Ma molte società municipalizzate non bandiscono le gare. I bandi si spostano, i capitolati si riscrivono, i calendari scivolano. Nel frattempo, in Irpinia si resta fermi.

A metà di questa storia c’è un paradosso che brucia. L’età media dei bus in Italia supera gli 11 anni. In diverse regioni si viaggia ancora su mezzi diesel vecchi, con manutenzioni costose e comfort ridotti. Esistono programmi nazionali e regionali per spingere mezzi a basse emissioni entro il 2026, ma i tempi della burocrazia mordono più del previsto. Quando una gara salta di un trimestre, una linea produttiva resta a secco per mesi. E tre mesi, in fabbrica, fanno la differenza tra tenuta e voragine.

Le storie ai presidi sono simili. C’è chi ha un mutuo che corre e chi ha figli che crescono. Nessuno chiede scorciatoie. Chiede certezze minime: un cronoprogramma, un numero, un calendario trasparente. Anche perché, senza flusso di ordini, salta la programmazione degli acquisti, l’addestramento interno, persino l’innovazione di prodotto. E quando una competenza si spegne, riaccenderla costa più di quanto immaginiamo.

Perché le gare si fermano

Motivi dichiarati? Budget rivisti, norme che cambiano, piani urbani della mobilità da aggiornare, dubbi su tecnologie e ricariche. Tutto vero. Ma l’effetto netto è un deserto di commesse proprio mentre il Paese dovrebbe correre. Qui non si tratta di scegliere tra elettrico, metano o diesel evoluto. Si tratta di fare partire i bandi, misurare i fabbisogni città per città, definire standard chiari e sostenibili. Il resto si costruisce lungo la strada, come sempre accade nelle transizioni.

Cosa può fare la politica adesso

La politica ha leve concrete. Può imporre calendari vincolanti alle stazioni appaltanti. Può attivare accordi quadro pluriennali per dare visibilità alle fabbriche. Può prevedere anticipi e pagamenti certi alle aziende di trasporto, così da ridurre il rischio dei bandi. Può, soprattutto, tenere insieme tre obiettivi: rinnovare le flotte, salvare posti di lavoro qualificati, difendere una filiera italiana che vale in progettazione e sicurezza.

A Flumeri lo sanno: il loro lavoro non è nostalgia, è servizio pubblico. Un bus nuovo che esce dai capannoni domani significa aria un po’ più pulita, linee più puntuali, meno guasti. Significa non dover spiegare ai figli perché il mese finisce sempre in salita. Forse basterebbe una cosa semplice: mantenere le promesse dette al microfono, trasformarle in bandi pubblicati e cantieri aperti. Perché una fabbrica, come una città, respira solo se qualcuno gira la chiave e la mette in moto. E noi, davanti a quella chiave, cosa stiamo aspettando?