Nei corridoi silenziosi delle procure minorili si sente tutto: lo scalpiccio incerto dei ragazzi, le voci basse degli operatori, il fruscio dei fascicoli. È qui che la giustizia incontra le biografie più fragili. Ed è qui che, oggi, manca l’aria: serve personale, arrivano promesse, ma alle scrivanie restano troppe sedie vuote.
Le procure presso i Tribunali per i minorenni non fanno rumore. Lavorano su storie difficili. Bullismo che diventa reato. Famiglie che si spezzano. Adolescenti che sbagliano e cercano un rientro possibile. Qui ogni pratica chiede tempo, voce, tatto. Non bastano i magistrati. Servono tecnici amministrativi, informatici, addetti semplici ma cruciali. Senza di loro, anche il migliore dei pm resta solo con il proprio computer e un’agenda che scoppia.
Negli ultimi mesi il Ministero della Giustizia ha promesso rinforzi. Stabilizzazioni degli addetti all’Ufficio del processo, nuovi inserimenti, organici da riequilibrare. Gli uffici hanno atteso. Hanno contato ore, accessi, urgenze. Hanno scritto relazioni e chiesto di non essere dimenticati. Perché una notifica in ritardo non è solo burocrazia: per un quindicenne può essere una seconda ferita.
Il punto arriva a metà strada. Via Arenula ha distribuito 7.631 tecnici tra gli uffici giudiziari di tutta Italia. Alle 29 procure per i minorenni ne risultano assegnati soltanto 29. In più, concentrati in 7 sedi. Lo denunciano 26 procuratori minorili con una lettera formale indirizzata al ministro Carlo Nordio. Chiedono conto della scelta. Domandano criteri chiari. Al momento, non risultano pubbliche tabelle ufficiali con la ripartizione completa per ciascuna sede: è un tassello che pesa, perché impedisce di verificare nel dettaglio la coerenza della mappa.
Il nodo delle risorse
La sproporzione appare evidente. Ventinove tecnici su 7.631 sono una goccia. Soprattutto se si guarda al tipo di lavoro. Le procure minorili gestiscono audizioni protette. Curano i raccordi con scuole e servizi sociali. Programmano misure alternative al processo. Digitalizzano atti sensibili. Ogni pratica richiede competenze e continuità. Con un organico asciutto, i tempi si allungano. Una convocazione slitta. Una consulenza tarda. Una messa alla prova parte in ritardo e perde forza educativa.
In molte sedi la scena è questa: una cancelleria con un solo addetto. Un pm che batte a mano la minuta di una convocazione perché il sistema informatico si blocca e non c’è chi lo sblocchi. Un’audizione che salta perché manca il tecnico audio per la registrazione protetta. Non sono eccezioni romanzate: sono gli intoppi tipici di chi ha poca squadra e molto campo.
Perché conta per tutti
La giustizia minorile non è un’isola. Se funziona, protegge le vittime e rimette in carreggiata chi ha sbagliato. Riduce recidiva. Restituisce tempo alle scuole e ai servizi. È un investimento sociale. Per questo la richiesta dei procuratori per i minorenni non è una rivendicazione di categoria. È un promemoria sul senso del sistema. Servono risorse ora, criteri trasparenti e un monitoraggio pubblico degli esiti. Anche per capire se i rinforzi legati al PNRR e alle stabilizzazioni dell’Ufficio del processo stanno davvero atterrando dove l’impatto è maggiore.
Non c’è bisogno di parole altisonanti. Bastano numeri, volti, attese. In fondo la domanda è semplice: che idea di giustizia per i ragazzi vogliamo vedere quando si chiude la porta dell’aula e resta solo la loro voce?
