Caso Eitan, l’intervista a Shmuel Peleg: “Ho paura di essere arrestato. Sono solo un nonno che ama suo nipote, un giorno mi ringrazierà”.
Parla da una casa poco distante da Tel Aviv. Quella in cui l’11 settembre scorso, con un jet privato da Lugano, è stato portato il piccolo Eitan. Tornato a casa, secondo il nonno Shmuel Peleg. Sequestrato secondo gli inquirenti, attraverso un “certosino piano di esfiltrazione”. L’ex militare israeliano, indagato per aver rapito il bambino dopo l’affidamento alla zia paterna Aya, ha ripercorso gli ultimi mesi di battaglie legali in un’intervista rilasciata a la Repubblica.
“Ho molta paura di essere arrestato. Sono stato interrogato due volte dalla Polizia israeliana, tutto quello che ho detto qui lo ripeterò anche alle Autorità italiane. Ma la cosa che più mi addolora è che non posso vedere Eitan. Ne abbiamo passate così tante in questi sette mesi, che non so cos’è peggio. Ho perso cinque familiari, tre generazioni, ora Eitan è lontano da me. La mia salute e il mio futuro vengono in secondo piano”, spiega Peleg.
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Peleg confida nel sistema giudiziario italiano, il bene di Eitan è la priorità assoluta. Ma al momento c’è un’indagine penale in corso e mandati d’arresto internazionale. “Non rifarei ciò che ho fatto. Ciò che so ora non è ciò che sapevo prima. Solamente durante il Processo in Israele è emerso il decreto che stabiliva l’espatrio solo accompagnato da Aya. In quel momento avevo davanti un bambino che volevo salvare dall’incognito, perché non mi veniva data nessuna garanzia di collaborazione con noi sulle decisioni sul suo futuro“, precisa.
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Sempre viva la speranza di poter riabbracciare il piccolo Eitan, che possa essere considerato un “caso umanitario, di un nonno che ama suo nipote, che ha perso tutta la sua famiglia”. Shmuel Peleg è convinto che il futuro del piccolo sia in Israele, è un bambino ebreo e i suoi genitori, come molti studenti israeliani in Italia, sarebbero tornati a vivere nel Paese d’origine. “L’Italia è un posto meraviglioso, ma si è sempre trattato di una relocation dei ragazzi, non di una scelta di vita“, conclude.
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