All’alba la piazza è vuota, poi arrivano i cordoni, la gru, i mormorii. Il mondo scorre su schermi lucidi, tra algoritmi e promesse di futuro. Lì, invece, il tempo si ferma nel cigolio di una corda. È qui che nasce la domanda che non molla: quanto pesa il nostro silenzio?
Ci sono parole che tornano come un nodo in gola. In Iran, le impiccagioni pubbliche non sono un’eccezione. Sono un rituale di potere. La gru al centro, i megafoni, la folla convocata come scenografia. Non è solo una pena di morte. È un messaggio. E quel messaggio corre rapido: la paura funziona.
Fermiamoci ai fatti. Organizzazioni indipendenti segnalano più di 800 esecuzioni nel 2023. Molte per reati di droga, altre per omicidio, altre ancora legate alla protesta. La legge lo consente, ma gli osservatori denunciano processi sommari, difese limitate, confessioni estorte con tortura. Delle impiccagioni in piazza non esiste un registro pubblico e trasparente: si ricostruisce da video, comunicati locali, testimonianze. Un dato però spicca, verificabile: nel 2022 a Mashhad, Majidreza Rahnavard, 23 anni, venne impiccato in pubblico. L’immagine della gru resta. E si ripete, in diverse città, negli anni successivi.
Non anticipo il punto centrale. Ma una cosa è chiara: l’ordine che si mette in scena è più importante della “giustizia” che si promette. La piazza diventa aula e patibolo, la folla diventa platea obbligata. Il messaggio entra in casa, nei telefoni, nei corridoi delle scuole.
La nostra complicità internazionale non è un atto firmato. È una somma di gesti minimi. Dichiarazioni rituali. Affari che continuano. Visite ufficiali senza condizioni. Sport e cultura che separano platealmente “politica” e vita. Ogni volta che accettiamo il frame del “sono affari interni”, la corda fa un giro in più.
Chi difende lo status quo parla di “realismo” geopolitico. Ma il realismo che conta, qui, è un altro: la paura pubblica produce controllo. E il controllo si consolida se fuori campo nessuno incalza davvero. Le Nazioni Unite hanno strumenti, i governi hanno leve, le società civili hanno voce. Se questi tre piani non si intrecciano, il rituale continuerà a trovare il suo pubblico.
E non è un tema “lontano”. Le immagini delle impiccagioni hanno una funzione pedagogica globale: ci dicono che il diritto può piegarsi al cipiglio del potere, in qualsiasi latitudine.
Pretendere indagini indipendenti e accesso ai processi. Senza trasparenza non esiste giustizia.
Spingere per sanzioni mirate contro giudici, procuratori e comandanti che firmano e ordinano. Non embarghi generici; responsabilità precise.
Sostenere chi documenta: giornalisti, avvocati, famiglie. La società civile è l’antidoto alla paura.
Offrire protezioni concrete: visti umanitari, programmi di scambio, difesa legale transnazionale.
Usare la giurisdizione universale dove possibile. Se un crimine è documentato, un tribunale da qualche parte può agire.
Non ho risposte facili. Ho però un’immagine che non mi lascia: una piazza grigia, una corda che pende, un telefono che registra. E dall’altra parte dello schermo, noi. Possiamo restare spettatori? O è il momento di cambiare inquadratura, e far sì che a essere pubblica non sia l’impiccagione, ma la nostra scelta di non voltare lo sguardo?
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