Il Premier Draghi serra le fila in questi giorni di tensione: un filo diretto con l’Ucraina porta l’Italia al centro del conflitto. L’appello.
Sesto giorno di guerra e incertezza. Continua il filo diretto tra Italia e Ucraina: il nostro Paese guarda Kiev con attenzione e interesse non solo per le possibili sanzioni. L’Italia – come il resto dell’Europa – si è messa a disposizione in tempi difficili. I negoziati imperano, ma la situazione resta tesa: di mezzo anche tanti civili, per non parlare degli attacchi militari. “La violenza – dicono gli italiani presenti sul suolo ucraino – è psicologica. Non sai mai quello che potrebbe succedere”.
Sicuramente aria di pace ancora non c’è: la Russia sconta l’attrito bellico con sanzioni non indifferenti. Il mondo della politica prende le distanze dall’operato di Putin e isola i russi da qualunque cosa: economia, sport e cultura. Un passo indietro rispetto al conflitto per chiedere la pace e il disarmo. Anche Draghi – Premier incaricato italiano – ha detto che la pace non è una condizione negoziabile. Dopo qualche momento di tensione con Zelensky, ha appianato ogni divergenza ed è pronto a sostenere la causa ucraina.
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Compattezza e responsabilità, chiede il Premier alle forze politiche: fare fronte comune per qualcosa di più grande. La stabilità internazionale: geopolitica che torna preponderante nel dibattito quotidiano. Allora Draghi scomoda anche parole inflazionate, ma quantomai opportune: “Zelensky e le forze ucraine stanno compiendo qualcosa di eroico”.
“L’Italia sostiene l’Ucraina appieno. Tutta la mia – e la nostra – preme Draghi – solidarietà”. La commossa standing ovation al Senato rende l’idea del periodo che stiamo vivendo. Nel frattempo l’Italia proroga lo stato d’emergenza: la guerra ha stravolto i piani, ma anche e soprattutto le coscienze.
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