Il cielo che arrossa, l’odore di fumo nelle case, il silenzio dopo gli animali in fuga: la Spagna vive un’altra stagione di fuoco che non somiglia più a un’emergenza, ma a una presenza che bussa ogni estate con più forza.
Quando si parla di incendi in Spagna, non è solo cronaca nera. È vita quotidiana che cambia. È il ribaltarsi delle estati: finestre chiuse a mezzogiorno, strade vuote, occhi al vento che spinge le scintille. Negli ultimi anni la crisi ambientale si è fatta concreta, tangibile. Nel 2022 il Paese ha perso oltre 300.000 ettari di vegetazione bruciata, un record recente. Nel 2023 la superficie bruciata è scesa, intorno ai 90.000 ettari, ma le fiamme hanno colpito aree simbolo: Tenerife, l’interno di Valencia, la Sierra de la Culebra in Castiglia e León dove, l’anno prima, erano andati in fumo più di 60.000 ettari. Dati che segnano la mappa emotiva prima ancora di quella geografica.
In molte zone — Galizia, Catalogna, Comunità Valenciana — l’estate non è più solo la sabbia calda. È sirene, evacuazioni, campi neri fino all’orizzonte. A Tenerife, nell’agosto 2023, oltre 12.000 persone hanno lasciato casa di notte. Raccontano che il fuoco faceva luce come uno stadio. E che al mattino la cenere entrava perfino nelle prese d’aria delle auto.
Dietro c’è una combinazione nota e ancora poco digerita. Ondate di calore più frequenti, siccità persistente, venti irregolari. Il cambiamento climatico asciuga il combustibile fine. Ma contano anche l’abbandono dei campi, il bosco che invade i terrazzamenti, i villaggi dove restano in pochi. Il risultato è un tappeto di arbusti pronto a bruciare. La maggior parte degli inneschi è di origine umana, per errore o dolo; la quota precisa cambia per anno e area e non è sempre pubblicata in modo uniforme. Il punto però è un altro: quando tutto è secco, basta poco.
Cosa sta cambiando davvero
Per anni abbiamo immaginato il fuoco come un ospite raro. Oggi la “stagione” degli incendi si allunga e l’anticipo di primavera diventa terreno scivoloso. La protezione civile corre, i canadair ronzano, ma la partita si gioca prima. Là dove si fa manutenzione del paesaggio. Tagli selettivi, pascolo mirato, fuoco prescritto in inverno per ridurre il carico di biomassa, corridoi discontinui attorno ai paesi. In Portogallo e in alcune province spagnole questi mosaici hanno già ridotto l’intensità delle fiamme. Non è spettacolare come un lancio d’acqua dal cielo, ma funziona.
Ci sono anche strumenti nuovi: droni termici per avvistare i focolai, mappe di rischio aggiornate in tempo reale, squadre locali addestrate a fare la prima risposta in modo sicuro. I ricercatori parlano di “convivere con il fuoco” senza subirlo: capire dove inevitabilmente passerà e fargli trovare meno benzina.
Cosa possiamo fare adesso
Qui entra in gioco la vita di tutti. Pulire i lotti, rispettare i divieti nei giorni di allerta rossa, segnalare fumi in modo puntuale. Le amministrazioni possono semplificare i piani di prevenzione, finanziare cooperative forestali, riaprire piste tagliafuoco, sostenere chi rimette animali al pascolo. Le scuole possono spiegare cosa succede quando getti un mozzicone acceso in un fosso di rovi. Sembra poco. Non lo è.
Mi torna in mente un bar di Zamora, l’estate del 2022: il proprietario spazzava cenere dalla porta come fosse polvere di farina. “Domani pioverà”, diceva per farsi coraggio. Non piovve. Forse la vera domanda è questa: vogliamo che ogni estate sia un lancio di moneta, o preferiamo ridisegnare i nostri boschi mediterranei perché brucino meno e meglio, quando inevitabile? La risposta non è in un giorno di pioggia. È in dodici mesi di cura. E in quel gesto semplice di guardare il paesaggio come si guarda casa propria.
