Debiti ereditari, un rebus in via di risoluzione: come estinguere una pendenza se il coniuge o un altro parente diretto muore.
Il trapasso è una fase della vita che tendiamo a mettere da parte. Invece ha la sua importanza: tanto per la psiche, quanto per la burocrazia. La perdita di una persona cara impone anche una serie di accortezze da tenere a livello fiscale. La morte apre il capitolo imprescindibile dell’eredità: i parenti diretti prendono in carico i lasciti del defunto.
Onori e oneri, con oneri s’intende debiti da pagare. Le pendenze finanziarie sono il principale enigma da risolvere: è possibile non saldare i debiti di un defunto? La risposta è no. Gli arretrati vanno estinti in qualche maniera. Quindi gli eredi prendono in carico anche le pagine buie di un capitale.
Qualora i successori non avessero disponibilità, si procede in due modi. Il primo: la rinuncia all’eredità e quindi i beni finiscono all’asta per estinguere le pendenze, oppure si va avanti attraverso la divisione in percentuali. Ogni erede prende in carico una percentuale di debito per poi rivalersene una volta estinto.
L’eredità frutta anche attraverso il saldo di arretrati, una volta appianate le pendenze. Questo consente, per chi può permetterselo, di investire anche in perdita. Dato che, una volta finito il percorso di resa, si comincia con le attività di guadagno. Il percorso è lastricato di difficoltà, ma se non si incorre in vizi di forma è ancora tutto possibile.
Ogni percentuale di debito – alla riscossione – diventa potenziale lascito se l’attività guadagna ed evita il pignoramento dei beni. Quindi, per citare un film campione d’incassi, ciò che facciamo in vita riecheggia nell’eternità. Soprattutto nel portafogli.
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