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Cronaca

Migrante ucciso all’ospedale San Camillo: il primario confessa: “Era sano”. Perché il 26enne fu legato

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Alessandro Artuso

Wissem Ben Abdel Latif è il migrante tunisino, transitato a Roma e diretto in Francia, ucciso a 26 anni: il primario del reparto si sbilancia e le sue dichiarazioni aumentano i dubbi. 

Era arrivato a Roma e voleva raggiungere la destinazione finale in Francia. La storia è quella di Wissem Ben Abdel Latif, migrante tunisino transitato a Roma e diretto altrove. Il giovane ha perso la vita il 28 novembre 2021 in circostanze ancora tutte da accertare.

Wissem Ben Abdel Latif è il migrante morto all’ospedale San Camillo di Roma (ANSA)

Una vicenda dai tanti dubbi che il professor Piero Petrini, primario del reparto in cui è morto il giovane, non sarebbe riuscito a spiegare. Non è innanzitutto chiaro il motivo per cui sia necessario tenere legato ad un letto un giovane dichiarato sano, senza dimenticare altri aspetti della vicenda accaduta all’ospedale San Camillo di Roma.

La vicenda

Il professor Petrini ha rilasciato una intervista ai microfoni di Repubblica per spiegare la sua versione dei fatti sul caso del 26enne morto. Attualmente la Procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati due medici e due infermieri che erano sotto la responsabilità del primario Petrini. L’ipotesi di reato è omicidio colposo e falso in atto pubblico.

Indagini sulla morte del migrante tunisino ucciso all’ospedale San Camillo di Roma, quattro gli indagati (ANSA)

Non lo scriva ma la verità è che quel ragazzo stava meglio di me, gli esami erano buoni“, ribadisce inizialmente il primario. Sta di fatto che il ragazzo è stato legato al letto in un corridoio, con tanto di sedativi. Sulle cause del decesso c’è ancora tanto da chiarire, ma il primario rilancia accuse ben precise. “L’ho detto e l’ho riferito a chi di dovere. Non cercate in questa direzione. Questo paziente veniva dal Cpr di Ponte Galeria (il centro per il rimpatrio, ndr). Lì è successo qualcosa, non qui. I miei colleghi non hanno fatto niente“, commenta.

Alla domanda se per lui sia adeguato legare un paziente al letto in un corridoio dell’ospedale non tarda ad arrivare al risposta. “Il paziente è stato messo in corridoio. L’ho fatto legare perché era sempre agitato. Quando il posto si è liberato, ho preferito tenerlo in corridoio per averlo sott’occhio. Era un paziente che aveva bisogno di ossigeno. Non aveva altre complicazioni, era giovane“, ha ribadito Petrini. Diversi i punti oscuri sulla vicenda, ma il caso è ancora tutt’altro che risolto, anzi.

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