Latte fresco, una chimera. Il prodotto potrebbe scomparire a causa della siccità e il restringimento delle filiere: c’è già la soluzione.
Latte fresco addio. Questa tendenza potrebbe scomparire anche se ha fatto la storia di un Paese. La situazione non è agevole dal punto di vista industriale: le filiere del latte non stanno rendendo a dovere. Non è solo questione di materia prima, ma anche di meccanismi che dovrebbero essere assodati invece restano in divenire.
Le tecnologie aiutano, ma non possono essere l’unica soluzione: gli allevamenti vanno sostenuti e la protesta degli allevatori in Sardegna, anche rispetto al ruolo dei pastori, non è casuale. I costi devono essere rimodellati. Altrimenti la spesa è più dell’impresa: se si continua a tagliare il prezzo, i costi si contengono eccessivamente e il processo produttivo ne risente.
Per questo il latte fresco si considera, ormai, un lusso: il passaggio al latte a lunga conservazione è l’unica ipotesi plausibile. Le grandi aziende già stanno attuando questa sorta di switch. Si arriva a 10 giorni di sostenibilità e consumazione. La plastica è consumata in maniera minore e la qualità non viene inficiata.
Anche dai test di degustazione arrivano notizie incoraggianti: il sapore è pressoché uguale a fronte di una maggiore conservazione. Il latte continuerà a popolare la quotidianità italiana attraverso canoni diversi: il punto degli allevatori è chiaro. Necessità virtù. La domanda persiste, ma l’offerta va cambiata affinché non si rimanga schiacciati dal peso di una filiera che deve continuare a esistere.
Evitare di tagliare sulla manodopera è l’imperativo: la cooperazione deve, però, essere l’unico mezzo possibile. Il fine è la stabilità economica. La lunga conservazione, in questo momento, è l’unica “scialuppa di salvataggio” possibile per evitare che un settore affondi. Nella speranza che il tempo possa portare nuovi ritrovati all’insegna delle vecchie abitudini. Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte, da oggi in poi solo a lunga conservazione.
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