Il giro di usura ed estorsioni nella Capitale da parte di una cosca ‘ndranghetista si era allargato in tutta la città. Confiscati beni per un valore di circa un milione di euro
Il giro di racket messo su da una cosca di ‘ndrangheta agiva all’ombra dell’Alberone, il popoloso quartiere del Tuscolano. Loro si chiamano Piromalli e negli anni hanno tenuto in mano decine di persone, per lo più commercianti. Strozzinaggio e poi le minacce all’ordine del giorno se qualcuno si permetteva di non pagare i debiti nei tempi previsti.
Ma ieri, in base alla normativa antimafia è intervenuta la Divisione anticrimine della Questura eseguendo un provvedimento di sequestro di beni, finalizzato alla confisca. Nello specifico sono stati sequestrati: contanti per circa 100 mila euro, cinque appartamenti, attività commerciali, automobili intestate a prestanome per un valore complessivo che sfiora un milione di euro.
Il sequestro della Divisione anticrimine parte da Roma ma si spinge fino a Cosenza e a Siderno. Fermati Giuseppe Piromalli, considerato il capo clan, poi Francesco e Carmine, i due fratelli minori. A Francesco Piromalli, gli agenti della polizia hanno sequestrato nella Capitale il 50% delle quote della “New Ecorental s.r.l”, e un altro 50% delle quote della società “Su di giri s.r.l”, operanti entrambi nella compravendita di auto.
Nell’operazione di confisca dei bene rientrano anche rapporti creditizi e un centro estetico intestato, questa volta, al fratello minore Carmine Piromelli. Secondo quanto riportato dalle indagini condotte dalla polizia, tutti e tre i fratelli Piromalli agivano nel quartiere tuscolano dell’Alberone come fossero dei boss.
I tre adoperavano un sistema ben strutturato: si relazionavano con la povera gente caduta nel giro di racket adoperando armi improprie e spedizioni punitive. Tutto in un clima di intimidazione. Il loro fine era, per l’appunto, quello di terrorizzare, per mettere in chiaro chi comandasse nel territorio.
Inoltre, usando il nome omonimo della ‘ndrina Piromalli, i tre fratelli di origini calabresi generavano nelle vittime la convinzione di avere a che fare con esponenti del noto clan mafioso, anche se così non era. Ma a volte, la fantasia supera la realtà.
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