Roberto Saviano fa discutere grazie a un articolo dove dimostrerebbe legami tra Diego Armando Maradona e la Camorra: scoppia la polemica.
Diego Armando Maradona, un’eterna lotta tra vizi e virtù. Il genio di un fuoriclasse senza tempo macchiato da voci, mezze certezze e qualche verità che stride con un passato in cui ancora c’è molto da scoprire: la morte ne ha conservato il successo al punto da consacrarlo a icona pagana. Infatti lo chiamano D10S e nessuno si offende, compreso il Papa che ricorda le sue gesta.
La realtà, però, è ben diversa e dimostra come, nonostante Maradona non ci sia più, resti ancora molto presente per altro. A tenere alti i riflettori su alcuni pesanti retroscena ci pensa Roberto Saviano: il celebre scrittore che ha smantellato la Camorra e il proprio operato sul piano letterario torna a parlare di fatti e misfatti sul Corriere della Sera. Il ruolo di editorialista gli permette di spaziare parlando sì di malaffare ma sviluppato in vari settori, compreso quello dello sport.
Il giornalista parla di un Maradona sempre più solo che, non soltanto ai tempi del Napoli, si sarebbe contornato di gente discutibile. Esponenti di clan e tanto altro: classe, talento e malavita un’ossimorica tripletta che alimenta voci e dissenso. Saviano non va tanto per il sottile e parla di un Maradona diverso: le ombre dietro l’icona. Quel dieci sempre più cupo che diventa un macigno, schiacciato dalle dipendenze e schiavo – se possibile – di certi meccanismi.
In mezzo a quel rituale pagano che diede un riscatto a Napoli grazie al talento cristallino di un uomo divenuto rivalità sportiva, Saviano parla anche di ricatti morali entro cui il Pibe de Oro era invischiato: “Ostaggio dei vizi e dei boss”. Aggiunge il concetto fondamentale di “Talento ribelle”, ma è troppo tardi. I lettori la vivono come un’onta troppo pesante: in molti si chiedono che bisogno ci sia di rivangare qualcosa di risaputo. Le oscurità del fuoriclasse erano e sono note a tutti, ma per parecchi è tempo di parlare solo di luci: le ombre se le è portate via la sua dipartita. Su cui, tra l’altro, c’è ancora un dibattito aperto in sede processuale.
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