Chelsea, l’etica fa breccia anche in Premier League: condannato il coro contro i Blues. La Corte Inglese si esprime, verdetto inequivocabile.
La Premier League contro i cori da stadio: può succedere se questi siano provocatori al massimo. Un limite non imposto, finora, ma che deve (o dovrebbe) essere una legge non scritta. La libertà di parola sugli spalti finisce non appena si sconfina in un terreno impervio come quello del razzismo o l’omofobia.
Il campionato inglese prende sul serio la questione e chiama in causa la Corte. Sotto esame il coro contro il Chelsea: quando giocano i Blues solitamente si sente – dai tifosi avversari – un canto ben preciso. “Chelsea rent boys”, il Chelsea noleggia i ragazzi. La traduzione letterale lascia presagire un riferimento alla prostituzione maschile. Troppo perfino per la Crown Prosecution Service che etichetta l’iniziativa come omofoba. Chi lo canta, d’ora in poi, potrà essere perseguito per crimini d’odio.
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Il Chelsea ringrazia, anche perchè la storia del coro è molto lunga: fa riferimento alla cultura “gay friendly” del club, tra gli anni ’60 e ’70 molti ragazzi che arrivavano dalle parti di Stamford Bridge erano soliti vendersi per ottenere qualche soldo in più affinché potessero sopravvivere economicamente al cambiamento.
Persone sotto la soglia di povertà che combattevano la fame come potevano. I Blues, dal canto loro, hanno diffuso una nota in cui precisano che continueranno a spendersi in favore della comunità LGBTQ. Gli avversari dovranno adeguarsi alle nuove regole: certe parole dovranno sparire dal lessico comune, accezioni utilizzate in riferimento all’essersi “fatti comprare dai russi”. Altra stoccata a Roman Abramovich che dovrà sparire almeno dalle tribune onde evitare conseguenze penali.
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